Olio motore usato: il cancerogeno che passa dalla pelle

A cura della Redazione

Dal 2021 gli oli minerali già utilizzati nei motori a combustione interna sono entrati nell’elenco dei processi cancerogeni del D.Lgs. 81/2008, con la notazione “cute”. Una nuova scheda dell’Inail spiega cosa accade all’olio dentro il motore e chi è esposto. Affronta poi il problema più difficile: come misurare un rischio che non ha né un valore limite né un tracciante specifico. Il messaggio per RSPP, HSE manager e medici competenti è netto. La via di esposizione principale è quella cutanea, la mancanza di un VLEP non esonera dalla valutazione, e le misure efficaci partono dall’organizzazione dell’officina prima che dal guanto.

COSA TRATTA
Un olio motore nuovo, appena uscito dalla latta, non è classificato cancerogeno. Dopo qualche migliaio di chilometri lo diventa. Nella vita di un’officina è un passaggio banale, eppure nei documenti di valutazione viene sottovalutato. È il cuore della scheda tecnica pubblicata nel 2026 dal Dipartimento di medicina, epidemiologia, igiene del lavoro e ambientale dell’Inail, firmata da ricercatori dell’Istituto e dell’Università di Parma.

Il quadro normativo è quello del decreto interministeriale 11 febbraio 2021, che ha recepito le direttive (UE) 2019/130 e 2019/983. Il decreto ha inserito nell’Allegato XLII del Testo Unico i “lavori comportanti penetrazione cutanea degli oli minerali precedentemente usati nei motori a combustione interna per lubrificare e raffreddare le parti mobili all’interno del motore”. Nell’Allegato XLIII compare la notazione “cute”, ma senza un valore limite di esposizione professionale e senza un tracciante definito. In sostanza la norma indica il pericolo e lascia a chi valuta il compito di capire come misurarlo.

La platea è più ampia di quanto si pensi.

La Roadmap on carcinogens dell’Unione europea stima oltre un milione di lavoratori esposti. Sono meccanici e addetti al cambio olio, operatori del recupero e della rigenerazione dei veicoli fuori uso, raccoglitori di oli usati, lavoratori dei rottami. Dal motociclo fino al camion e le ruspe. Ci sono anche vigili del fuoco, asfaltatori, addetti dell’industria meccanica e delle raffinerie. A loro si aggiunge chi fa manutenzione a motoseghe, tosaerba e macchine agricole, spesso in piccole realtà dove il DVR sul rischio chimico è un capitolo di poche righe.

COSA SUCCEDE ALL’OLIO DENTRO IL MOTORE
Per capire il rischio bisogna partire dalla composizione. Un olio motore nuovo è fatto per il 70-80% di olio base e per il 20-30% di additivi. La base minerale, ottenuta dalla raffinazione del petrolio, contiene in prevalenza idrocarburi alifatici, con quote minori di composti monoaromatici, aromatici polari e diaromatici. Gli additivi, come solfonati, fosfonati e zincoditiofosfato, servono a proteggere il motore da ossidazione, corrosione e usura.

Quando arriva sul mercato l’olio supera il test IP 346, l’unico metodo citato dal regolamento (CE) 1272/2008 per stimare la potenziale cancerogenicità degli oli minerali vergini. Se l’estratto in dimetilsolfossido resta sotto il 3% in peso, l’olio non è classificato cancerogeno, e la scheda dati di sicurezza lo riporta. Il problema comincia dopo.

Dentro il motore l’olio subisce una degradazione irreversibile: ossidazione, nitrazione, solfonazione e cracking lo trasformano. Intanto si accumulano diversi contaminanti:

  • prodotti di combustione incompleta e idrocarburi policiclici aromatici;
  • particolato carbonioso, acqua e sali;
  • metalli che arrivano dall’usura delle parti mobili, cioè piombo, zinco, rame, cromo e nichel.

Nelle formulazioni che contengono dietanolammina può formarsi anche la N-nitrosodietanolammina, che è cancerogena. Il chilometraggio, l’efficienza del motore e la frequenza dei cambi olio fanno variare il risultato. La filtrazione toglie una parte dei solidi, ma l’olio non torna quello di prima.

Il punto pratico è uno solo. La scheda dati di sicurezza descrive il prodotto che entra in officina, non quello che esce dalla coppa. Chi costruisce la valutazione del rischio chimico partendo solo dalla SDS dell’olio nuovo sta valutando la sostanza sbagliata.

LA PELLE, PRIMA VIA DI ESPOSIZIONE
La scheda Inail lo ribadisce, e il decreto del 2021 lo aveva già messo nero su bianco: l’esposizione che conta è quella cutanea. Avviene con gli schizzi durante lo svuotamento della coppa e con gli attrezzi unti. Avviene con il contatto con superfici e stracci contaminati, e con gli indumenti impregnati che restano addosso per ore. La penetrazione cutanea degli oli motore usati è associata ai tumori della pelle, oltre che a dermatiti, sensibilizzazioni e allergie. Dove l’olio viene nebulizzato o vaporizzato, l’aerosol aggiunge una via inalatoria, con effetti sull’apparato respiratorio.

Chi entra nelle officine conosce bene alcune abitudini che resistono. Le mani pulite con il gasolio o con un solvente a fine turno, che sciolgono lo sporco ma favoriscono l’assorbimento. Lo straccio in tasca, appoggiato alla coscia per tutta la giornata. La tuta lavata una volta alla settimana, quando va bene, e magari portata a casa. Sono gesti che nessun campionamento d’aria intercetterebbe, e spiegano perché il legislatore abbia scelto la notazione cute.

Su una questione conviene prendere posizione. Il decreto si applica agli oli minerali, e la normativa europea esclude gli oli nuovi e quelli non associati a motori a combustione interna, come gli oli da taglio. Qualcuno ne deduce che, con la diffusione dei lubrificanti sintetici, il problema stia scomparendo. È una lettura che non regge alla prova del piazzale. In officina arrivano veicoli di ogni età, oli semisintetici a base mista, rabbocchi di provenienza ignota, e l’olio esausto finisce tutto nello stesso fusto. Finché non si dimostra il contrario, l’olio motore usato va trattato come cancerogeno, sempre. Distinguere caso per caso tra minerale e sintetico al momento del cambio non è una strategia di prevenzione credibile.

COME SI MISURA UN RISCHIO SENZA VALORE LIMITE
L’assenza di un VLEP e di marcatori specifici è il vero nodo tecnico. Non significa però che non si possa misurare. Significa che bisogna ragionare per indicatori, con una buona dose di competenza nell’interpretazione dei dati.

Per la via cutanea esistono tecniche consolidate. Con i wipe test si rimuove il contaminante dalla pelle usando garze o dischetti imbevuti di solvente. I dispositivi di intercettazione, come pad e pseudocute, raccolgono invece ciò che si deposita durante il lavoro. Per le lavorazioni che producono nebbie oleose si possono fare campionamenti personali. In assenza di un limite europeo, il riferimento sono i valori proposti dalla letteratura internazionale.

Il monitoraggio biologico apre la strada più interessante, ma va maneggiato con cura. Il tracciante ideale sarebbe il benzo(a)pirene, cancerogeno senza soglia richiamato dall’Allegato XLIII. Il suo metabolita urinario, il 3-idrossibenzo(a)pirene, è però presente in tracce dell’ordine delle parti per trilione ed è difficile da dosare. Nella pratica si preferisce l’1-idrossipirene urinario, che è un indicatore indiretto dell’esposizione a IPA. Per la popolazione generale, la Società italiana valori di riferimento ha indicato nel 2023 valori inferiori a 0,25 microgrammi per grammo di creatinina nei non fumatori e a 0,69 nei fumatori. Nel confronto bisogna tenere conto del fumo e della dieta, che per i non fumatori resta la principale fonte di IPA. E bisogna ricordare che la correlazione tra il pirene e gli altri idrocarburi presenti non è sempre lineare.

Anche i metalli possono dare indicazioni. Per il piombo il Testo Unico prevede un VLEP di 0,15 mg/m³ e un valore limite biologico di 40 microgrammi per 100 millilitri di sangue per le donne in età fertile e di 60 per gli uomini. Sono valori destinati a scendere con la direttiva (UE) 2024/869. Lo zinco, che aumenta con la degradazione degli additivi, si può confrontare solo con i valori di riferimento della popolazione generale. Per il cromo serve un metodo analitico in grado di distinguere il cromo esavalente, l’unico cancerogeno. Il cadmio, cancerogeno certo, contribuisce al rischio, ma la cancerogenicità complessiva resta legata soprattutto agli IPA.

È qui che il medico competente diventa decisivo. Prendiamo un 1-idrossipirene leggermente sopra il riferimento in un meccanico fumatore che a fine turno si lava le mani con il gasolio. Quel dato dice molto più sull’organizzazione del lavoro che sulla chimica dell’olio. Leggerlo insieme all’RSPP, invece di archiviarlo in cartella, fa la differenza.

DALLE CRITICITÀ ALLE SOLUZIONI
Il Titolo IX, Capo II, del D.Lgs. 81/2008 indica una gerarchia che vale anche per gli oli usati. Prima si riduce l’esposizione all’origine, poi si organizza il lavoro, e solo alla fine si affida la protezione al DPI.

La prima strada è tecnica. Ci sono i sistemi che aspirano l’olio a depressione dall’astina, i recuperatori a carrello con vasca chiusa, i travasi in circuito chiuso verso i serbatoi di stoccaggio. Eliminano gran parte degli schizzi e dei contatti con la coppa aperta. Per le lavorazioni che producono nebbie servono aspirazioni localizzate efficaci, verificate nel tempo.

La seconda strada è organizzativa e igienica, e l’articolo 238 del Testo Unico ne fissa già la base. Chiede aree separate per consumare cibo e il divieto di fumare nelle zone a rischio. Chiede che gli indumenti da lavoro siano custoditi separatamente da quelli civili e lavati a cura dell’azienda, e che i servizi igienici siano adeguati. Su questa base conviene costruire alcune regole semplici e verificabili:

  • Mai solventi o carburanti per pulire la pelle, ma solo detergenti specifici per officina seguiti da creme ristrutturanti;
  • Stracci monouso raccolti in contenitori chiusi, mai in tasca;
  • Cambio immediato degli indumenti impregnati e lavaggio gestito dall’azienda, senza tute portate a casa;
  • Guanti chimici con resistenza certificata alla miscela, da sostituire in base al tempo d’uso e non quando si rompono.

La terza strada riguarda la tracciabilità. Registro degli esposti, consegne dei DPI, sostituzioni dei guanti, esiti del monitoraggio biologico, scadenze della sorveglianza sanitaria: in molte officine questi dati vivono su fogli sparsi. Conviene raccoglierli in un unico strumento gestionale, condiviso tra RSPP, medico competente e datore di lavoro. Così si vede un trend prima che diventi un caso, e in sede ispettiva si può dimostrare che la valutazione non è rimasta sulla carta.

Infine c’è l’ambiente. L’olio usato è un rifiuto pericoloso. Va stoccato in contenitori a tenuta con bacino di contenimento e conferito al sistema di raccolta previsto dal D.Lgs. 152/2006. Un’area di stoccaggio ordinata, senza sgocciolamenti e senza fusti aperti, riduce sia l’esposizione dei lavoratori sia il rischio di contaminare il suolo.

Nella vostra officina, oggi, quanti minuti passano tra il momento in cui un meccanico si sporca di olio esausto e quello in cui se lo toglie dalla pelle?

In allegato la scheda INAIL.

 COSA DICE LA LEGGE

  • Decreto interministeriale 11 febbraio 2021 (GU n. 44 del 22 febbraio 2021): recepisce le direttive (UE) 2019/130 e 2019/983 e inserisce nell’Allegato XLII del D.Lgs. 81/2008 i lavori comportanti penetrazione cutanea degli oli minerali precedentemente usati nei motori a combustione interna.
  • Allegato XLIII del D.Lgs. 81/2008: notazione “cute” per gli oli motore usati, senza valore limite di esposizione professionale.
  • D.Lgs. 81/2008, Titolo IX, Capo II:
    • articolo 235: obbligo di sostituzione ove tecnicamente possibile;
    • articolo 236: valutazione del rischio comprensiva dell’assorbimento cutaneo, da ripetere almeno ogni tre anni o in caso di modifiche;
    • articolo 237: misure tecniche, organizzative e procedurali;
    • articolo 238: misure igieniche;
    • articolo 239: informazione e formazione.
  • Articolo 242: sorveglianza sanitaria per i lavoratori per i quali la valutazione ha evidenziato un rischio.
  • Articolo 243: registro di esposizione e cartelle sanitarie e di rischio, con trasmissione all’Inail e conservazione per almeno quarant’anni dalla cessazione dell’esposizione.
  • Direttiva 2004/37/CE e successive modifiche, sulla protezione dei lavoratori da agenti cancerogeni, mutageni e reprotossici; direttiva (UE) 2024/869 per i nuovi valori del piombo.
  • Regolamento (CE) 1272/2008 (CLP): classificazione degli oli vergini e test IP 346.
  • Regolamento (UE) 2016/425: guanti e indumenti di protezione chimica di terza categoria, con addestramento obbligatorio ai sensi dell’articolo 77, comma 5, del D.Lgs. 81/2008.
  • D.Lgs. 152/2006: gestione degli oli usati come rifiuti pericolosi.

MODIFICHE AL DVR
La scheda Inail offre più di un motivo per riaprire il DVR nelle aziende in cui si manipolano oli motore usati.

La valutazione del rischio chimico va integrata con una sezione specifica sul rischio cancerogeno ai sensi del Titolo IX, Capo II. Questa sezione deve considerare l’olio esausto come un agente distinto dall’olio nuovo e non può basarsi sulla sola scheda dati di sicurezza.

Vanno censite tutte le mansioni esposte, comprese le meno ovvie come la manutenzione del verde e dei mezzi agricoli e la gestione dei rifiuti. Per ognuna va valutata la via cutanea con dati osservativi e, dove possibile, con wipe test o pad. Dove sono presenti nebbie oleose va aggiunta la valutazione inalatoria.

Il documento deve indicare:

  • le misure di riduzione all’origine adottate;
  • le regole igieniche;
  • i DPI scelti, con i relativi criteri di sostituzione;
  • il protocollo di monitoraggio biologico concordato con il medico competente;
  • l’elenco dei lavoratori da iscrivere nel registro di esposizione.

PROCEDURE DI SICUREZZA
Servono procedure scritte, o la revisione di quelle esistenti, almeno per:

  • lo svuotamento e la sostituzione dell’olio motore con sistemi chiusi o a depressione;
  • la gestione degli indumenti contaminati e del loro lavaggio;
  • la detersione della cute, con il divieto di usare solventi e carburanti;
  • la scelta, l’uso e la sostituzione dei guanti chimici;
  • lo stoccaggio e il conferimento degli oli usati;
  • la gestione degli sversamenti accidentali e la pulizia di pavimenti e banchi.

Per le lavorazioni con nebulizzazione serve anche una procedura per l’uso dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie con filtri combinati e per la verifica periodica delle aspirazioni.

INDICAZIONI OPERATIVE

  1. Censire entro 30 giorni tutte le mansioni che comportano contatto con oli motore usati, inclusi manutenzione del verde, mezzi agricoli, gestione rifiuti e squadre di emergenza.
  2. Trattare ogni olio motore esausto come cancerogeno, senza distinzioni tra minerale e sintetico, e scriverlo nel DVR.
  3. Introdurre sistemi di svuotamento chiusi o a depressione. Traguardo: 100% dei cambi olio eseguiti senza coppa aperta entro 12 mesi.
  4. Vietare con regola scritta l’uso di gasolio, benzina o solventi per lavare la pelle, e mettere a disposizione detergenti specifici e creme in ogni postazione. Indicatore: zero non conformità nei sopralluoghi mensili.
  5. Fissare un criterio di sostituzione dei guanti basato sul tempo di permeazione indicato dal fabbricante e tracciare le consegne addetto per addetto. Indicatore: consumo di guanti per addetto coerente con il criterio stabilito.
  6. Affidare il lavaggio degli indumenti all’azienda e dare a ogni addetto abbastanza tute per il cambio immediato. Obiettivo: nessuna tuta da lavoro portata a casa.
  7. Concordare con il medico competente un protocollo di monitoraggio biologico con 1-idrossipirene urinario a fine turno e a fine settimana lavorativa, registrando l’abitudine al fumo. I risultati aggregati vanno condivisi nella riunione periodica.
  8. Fare una campagna di wipe test su mani e avambracci prima e dopo l’introduzione delle nuove regole, per misurarne l’efficacia. Obiettivo: riduzione documentata della contaminazione cutanea.
  9. Aggiornare l’informazione e la formazione ai sensi dell’articolo 239 con un modulo pratico sulla via cutanea e con l’addestramento all’uso dei DPI di terza categoria. Traguardo: 100% degli esposti formati entro 6 mesi, con verifica di apprendimento.
  10. Iscrivere nel registro di esposizione i lavoratori per i quali la valutazione ha evidenziato un rischio e verificare la trasmissione all’Inail.
  11. Leva strategica: creare per ciascun esposto un fascicolo digitale unico, che colleghi mansione, ore di esposizione, DPI consegnati, risultati dei monitoraggi e scadenze sanitarie. Obiettivo a 12 mesi: 100% degli esposti con fascicolo completo e aggiornato.
  12. Leva strategica: inserire la sostituzione e la riduzione all’origine nei criteri di acquisto di attrezzature e lubrificanti, privilegiando sistemi chiusi e formulazioni prive di dietanolammina. Indicatore: quota di acquisti valutati con criteri HSE.

IL 20% CHE CONTA (PER L’80% DEI RISULTATI)
A. L’olio motore usato è un cancerogeno anche se quello nuovo non lo è: la SDS non basta.
B. La pelle è la via principale: igiene, indumenti e abitudini contano più di qualunque campionamento d’aria.
C. Anche senza VLEP si valuta, con wipe test, pad e 1-idrossipirene interpretati dal medico competente.
D. I sistemi chiusi di svuotamento riducono l’esposizione più di qualsiasi DPI.
E. Registro degli esposti, sorveglianza sanitaria e tracciabilità dei DPI chiudono il cerchio e reggono all’ispezione.

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