Seduti o in piedi tutto il giorno: il conto nascosto per la salute del cuore

A cura della Redazione

Passare l'intera giornata lavorativa seduti alla scrivania, oppure fermi in piedi dietro un bancone o una catena di montaggio, non è mai un dettaglio ergonomico secondario: è un fattore di rischio per malattie cardiovascolari, disturbi circolatori e problemi muscoloscheletrici che l'Unione Europea considera ormai prioritario nelle strategie di prevenzione. Sulla base di un documento tecnico elaborato per gli ispettori del lavoro europei, l'articolo ricostruisce cosa dice la scienza su posture sedute e in piedi prolungate, chi sono i lavoratori più esposti, quali obblighi derivano dal quadro normativo italiano ed europeo, e come RSPP e HSE manager possono trasformare questa conoscenza in una valutazione dei rischi realmente efficace.

COSA TRATTA

L'articolo affronta un rischio che per anni è rimasto ai margini della cultura della prevenzione, nonostante riguardi milioni di lavoratori europei: la permanenza prolungata in posizione seduta o in piedi durante l'attività lavorativa. Il punto di partenza è un documento tecnico elaborato dal gruppo di lavoro EMEX del Comitato degli Alti Responsabili dell'Ispettorato del Lavoro, l'organismo che a livello europeo coordina le autorità ispettive degli Stati membri, pensato per rafforzare le competenze degli ispettori nell'analisi delle valutazioni dei rischi e delle misure di gestione adottate dalle aziende, con particolare attenzione alla prevenzione delle malattie cardiovascolari. Il tema, spesso liquidato con superficialità come una questione di comodità personale, ha in realtà una solidità scientifica considerevole, costruita su studi epidemiologici condotti su centinaia di migliaia di lavoratori in diversi Paesi europei, e apre a implicazioni dirette sulla progettazione degli spazi di lavoro, sull'organizzazione dei turni e delle mansioni, e sulla stessa valutazione dei rischi che ogni datore di lavoro è tenuto a effettuare.

UN RISCHIO CHE CRESCE CON LA TRASFORMAZIONE DEL LAVORO

Negli ultimi due decenni il modo in cui lavoriamo è cambiato in profondità, e con esso è cambiata anche la nostra fisicità sul posto di lavoro. La quota di lavoratori europei che utilizza computer, laptop o tastiere per la quasi totalità del proprio orario è passata dal 17,6 al 30,3 per cento tra il 2000 e il 2015, un incremento che racconta con chiarezza quanto il lavoro d'ufficio, il telelavoro e le mansioni impiegatizie abbiano progressivamente eroso i momenti di movimento naturale che un tempo scandivano la giornata lavorativa. Non stupisce, allora, che l'indagine europea sui rischi nuovi ed emergenti condotta tra le imprese nel 2019 abbia rilevato che la postura seduta prolungata è, tra i ventisette Stati membri, il secondo fattore di rischio segnalato con maggiore frequenza, presente in oltre sei aziende su dieci.

Ma sarebbe un errore pensare che il problema riguardi solo chi lavora alla scrivania. La permanenza forzata in piedi, senza la possibilità di sedersi o spostarsi liberamente, interessa in modo altrettanto significativo parrucchieri, cassieri, addetti alla reception, insegnanti, personale di cucina, saldatori, elettricisti, addetti alle linee di produzione e gruisti, mentre la postura seduta prolungata coinvolge, oltre agli impiegati, anche autisti, piloti, operatori di call center e di sale controllo. È un rischio trasversale, che attraversa settori molto diversi tra loro e che spesso si intreccia con altre disuguaglianze del mondo del lavoro: le donne, per esempio, dichiarano con maggiore frequenza degli uomini di trascorrere lunghi periodi in posizione seduta, e sono sovrarappresentate in mansioni d'ufficio e di microassemblaggio caratterizzate anche da una minore discrezionalità nel decidere quando alzarsi o prendersi una pausa. Anche l'età pesa: con l'invecchiamento della forza lavoro cresce la quota di lavoratori con patologie croniche pregresse, per i quali l'esposizione a posture statiche prolungate richiede attenzioni preventive supplementari, mentre le lavoratrici in gravidanza rappresentano una categoria per cui sia la sedentarietà eccessiva sia la stazione eretta forzata comportano rischi specifici, dal peggioramento delle vene varicose fino a un aumentato rischio di ipertensione.

COSA SUCCEDE AL CORPO: DALLA CIRCOLAZIONE AL CUORE

Il cuore, va detto con chiarezza, non è indifferente al modo in cui passiamo le nostre otto ore lavorative. Una analisi che ha messo insieme i dati di sei studi condotti su quasi seicentomila adulti tra il 1989 e il 2013 ha stabilito una relazione diretta tra il tempo complessivo trascorso seduti ogni giorno e il rischio di mortalità generale: ogni ora aggiuntiva in posizione seduta si traduce in un aumento del 2 per cento del rischio, una crescita che accelera in modo significativo oltre le sette ore giornaliere, fino a raggiungere un rischio di mortalità superiore del 34 per cento per chi resta seduto per dieci ore al giorno. Ciò che rende questo dato particolarmente interessante per chi si occupa di prevenzione è che l'attività fisica regolare, se praticata per almeno sessanta minuti al giorno a intensità da moderata a vigorosa, riesce ad attenuare in modo consistente questi rischi, pur senza azzerarli completamente: un argomento in più per promuovere, anche in ambito aziendale, iniziative di sensibilizzazione al movimento che vadano oltre la semplice pausa caffè.

Sul fronte opposto, la permanenza forzata in piedi porta con sé un proprio corredo di conseguenze, spesso sottovalutate perché percepite come normale stanchezza da fine turno. La gravità richiama il sangue verso gli arti inferiori, e quando i muscoli delle gambe restano contratti a lungo per mantenere l'equilibrio, la naturale funzione di pompa che favorisce il ritorno venoso verso il cuore si inceppa, aprendo la strada a insufficienza venosa cronica, vene varicose e gonfiore. Un'indagine tedesca ha rilevato che il 17 per cento delle lavoratrici e il 7 per cento dei lavoratori che trascorrono molte ore in piedi lamentano gambe gonfie, con una prevalenza superiore di 1,4 volte rispetto a chi non lavora mai in questa posizione, mentre uno studio danese condotto su 1,6 milioni di lavoratori ha calcolato che chi sta in piedi per oltre il 75 per cento del proprio turno corre un rischio di ricovero ospedaliero per vene varicose superiore dell'85 per cento negli uomini e di quasi due volte e mezzo nelle donne. Ancora più significativo, dal punto di vista della prevenzione cardiovascolare, è il dato secondo cui chi lavora prevalentemente in piedi per cinque ore o più a turno, senza possibilità di sedersi, presenta un rischio doppio di infarto o insufficienza cardiaca congestizia rispetto a chi lavora prevalentemente seduto. Un dettaglio che merita attenzione riguarda ancora una volta le differenze di genere: mentre negli uomini una combinazione equilibrata di posizione seduta, in piedi e movimento riduce il rischio cardiaco fino al 40 per cento rispetto al restare fermi, lo stesso beneficio non si osserva nelle donne, un divario che i ricercatori attribuiscono al fatto che le professioni femminili che prevedono questa combinazione, come l'infermieristica o l'insegnamento, comportano un carico psicosociale elevato che probabilmente controbilancia il vantaggio posturale. È un promemoria utile: la salute cardiovascolare sul lavoro non dipende soltanto dalla postura, ma anche dal contesto organizzativo e relazionale in cui quella postura viene mantenuta.

COSA PUÒ FARE DAVVERO UN'AZIENDA: DALLA VALUTAZIONE DEI RISCHI ALLA CULTURA DEL MOVIMENTO

Di fronte a un quadro scientifico così solido, la buona notizia è che le soluzioni esistono, sono concrete e in gran parte già sperimentate. Il principio guida, mutuato dalla gerarchia classica delle misure di prevenzione, è chiaro: dove possibile, le posture statiche prolungate vanno eliminate o sostituite con un'organizzazione del lavoro più dinamica, per esempio ripensando la disposizione degli ambienti in modo che stampanti, archivi o strumenti condivisi non siano a portata di mano ma richiedano un breve spostamento, oppure introducendo la rotazione dei compiti tra mansioni sedentarie e mansioni più attive. Dove l'eliminazione non è praticabile, entrano in gioco le soluzioni tecniche, come le postazioni regolabili che permettono di alternare la posizione seduta e quella in piedi, i tappetini antifatica per chi lavora fermo in piedi, o più semplicemente sedie, sgabelli e scrivanie ergonomiche adeguate al compito e alla persona che lo svolge.

Le misure organizzative restano tuttavia il cuore del sistema: prevedere pause sufficienti e distribuite nell'arco del turno, bilanciare i compiti in modo da alternare posizione seduta ed eretta, garantire ai lavoratori una reale discrezionalità nel decidere quando alzarsi, sedersi o muoversi, sono interventi che non richiedono grandi investimenti ma un cambiamento di mentalità organizzativa, spesso più difficile da ottenere di un acquisto di arredi. Ed è qui che la formazione gioca un ruolo decisivo: coinvolgere attivamente i lavoratori, spiegare loro perché il movimento regolare non è un capriccio ma una misura di prevenzione a tutti gli effetti, e costruire canali attraverso cui possano segnalare senza timori le difficoltà legate a posture forzate, sono passaggi che nessun dispositivo di protezione individuale può sostituire: contro l'inattività fisica prolungata, va detto con chiarezza, non esiste alcun DPI efficace.

Un contributo interessante, in questa direzione, può arrivare anche da strumenti digitali di supporto alla valutazione dei rischi: applicativi che permettono di mappare in modo strutturato le mansioni più esposte a posture statiche, di programmare promemoria di movimento integrati nei flussi di lavoro, o di tenere traccia nel tempo delle revisioni del DVR legate a questo specifico fattore di rischio, rendendo più semplice dimostrare, in caso di verifica ispettiva, che la valutazione non è stata un adempimento isolato ma un processo vivo e aggiornato. Anche in questo caso, però, la tecnologia resta un facilitatore e non la soluzione in sé: senza un cambiamento reale nei processi organizzativi e nella cultura della sicurezza, nessuno strumento digitale può da solo ridurre il rischio cardiovascolare legato all'immobilità. Un esempio concreto di come la vigilanza possa tradursi in cambiamento reale viene da Cipro, dove una modifica legislativa entrata in vigore nel dicembre 2023 ha imposto a tutti i datori di lavoro di fornire una seduta adeguata a ogni dipendente esposto a posture prolungate in piedi: la campagna ispettiva condotta nei mesi successivi, che ha coinvolto settantaquattro luoghi di lavoro perlopiù nel commercio al dettaglio, ha portato alla contestazione di violazioni e all'imposizione di miglioramenti concreti, dimostrando che quando la normativa è chiara e l'attività di controllo è puntuale, le aziende rispondono con misure reali e non solo formali.

COSA DICE LA LEGGE

  • La direttiva quadro 89/391/CEE, recepita in Italia dal D.Lgs 81/2008, impone al datore di lavoro l'obbligo generale di valutare tutti i rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori e di adottare le misure di prevenzione conseguenti, obbligo che comprende a pieno titolo i rischi derivanti da posture statiche prolungate, sedute o in piedi.
  • Il Titolo VII del D.Lgs 81/2008, che recepisce la direttiva 90/270/CEE sulle attrezzature munite di videoterminali, stabilisce che i lavoratori che utilizzano regolarmente e per un periodo significativo un videoterminale devono disporre di una sedia adeguata e di pause o cambi di attività secondo le modalità stabilite dalla contrattazione collettiva o, in mancanza, dalla legge.
  • Il Titolo II del D.Lgs 81/2008 e l'Allegato IV, che recepiscono la direttiva 89/654/CEE sui luoghi di lavoro, richiedono la predisposizione di aree di riposo dotate di posti a sedere con schienale, requisito ripreso anche dal Titolo IV del decreto per i cantieri temporanei e mobili, in attuazione della direttiva 92/57/CEE.
  • Il D.Lgs 151/2001, in materia di tutela della maternità, integrato dalle disposizioni del D.Lgs 81/2008 sulla valutazione dei rischi in gravidanza, recepisce la direttiva 92/85/CEE e impone al datore di lavoro di valutare specificamente i rischi connessi a movimenti, posture e affaticamento fisico per le lavoratrici gestanti, puerpere o in allattamento.
  • Non esiste, allo stato attuale, una direttiva europea né una norma italiana che disciplini in modo specifico e autonomo il lavoro sedentario o la postura prolungata in piedi: la loro gestione rientra pienamente nell'obbligo generale di valutazione dei rischi previsto dall'articolo 28 del D.Lgs 81/2008, che richiede di considerare tutti i rischi per la salute e la sicurezza, inclusi quelli legati all'organizzazione del lavoro.

INDICAZIONI OPERATIVE

  1. Integrare esplicitamente, nel Documento di Valutazione dei Rischi, una sezione dedicata alle posture statiche prolungate, sedute e in piedi, distinta dalla generica valutazione ergonomica, con individuazione puntuale delle mansioni esposte.
  2. Adottare come riferimento operativo il limite di non superare il 50 per cento della giornata lavorativa in posizione seduta continuativa, con interruzioni ogni 20-30 minuti, e di non superare un'ora continuativa o quattro ore complessive di stazione eretta forzata.
  3. Promuovere il concetto di seduta dinamica, orientando l'alternanza delle posture verso una proporzione indicativa del 60 per cento seduti, 30 per cento in piedi e 10 per cento in movimento, da adattare alla specificità di ogni mansione.
  4. Riprogettare gli ambienti di lavoro in modo da incentivare naturalmente il movimento, ad esempio collocando stampanti, archivi e strumenti di uso comune in aree condivise anziché a portata di scrivania.
  5. Introdurre la rotazione dei compiti tra mansioni sedentarie e mansioni più dinamiche laddove l'organizzazione del lavoro lo consenta, garantendo ai lavoratori un margine reale di discrezionalità su quando alzarsi, sedersi o spostarsi.
  6. Dotare le postazioni più critiche di soluzioni tecniche adeguate, come sedie e scrivanie regolabili, tappetini antifatica per le postazioni in piedi fisse, e postazioni sit-stand dove la mansione lo permette.
  7. Prevedere una valutazione specifica e rafforzata per le categorie a maggiore vulnerabilità: lavoratrici in gravidanza, lavoratori anziani con patologie croniche pregresse, personale con precedenti disturbi muscoloscheletrici o circolatori.
  8. Come leva strategica di medio periodo, introdurre un indicatore misurabile di esposizione al rischio da postura statica, ad esempio la percentuale di postazioni dotate di soluzioni sit-stand o di rotazione strutturata dei compiti, con l'obiettivo di incrementarlo ogni anno secondo un target quantitativo definito e verificabile in sede di audit interno.
  9. Come seconda leva strategica, costruire un programma continuativo di formazione e sensibilizzazione sul movimento attivo, con momenti di verifica periodica dell'efficacia delle misure adottate attraverso indicatori oggettivi, come la riduzione delle segnalazioni di disturbi muscoloscheletrici o circolatori raccolte tramite il medico competente.

MODIFICHE AL DVR

I contenuti descritti in questo articolo richiedono, per la maggior parte delle organizzazioni, un aggiornamento del Documento di Valutazione dei Rischi. In particolare andranno integrate una sezione specifica dedicata alla postura seduta e in piedi prolungata, distinta per mansione e reparto, criteri oggettivi di soglia temporale per l'identificazione dell'esposizione, misure di prevenzione e protezione correlate, e un richiamo esplicito alla valutazione rafforzata per le categorie vulnerabili, in particolare le lavoratrici in gravidanza e i lavoratori con patologie croniche pregresse, in coordinamento con il medico competente.

PROCEDURE DI SICUREZZA

Il tema trattato può inoltre richiedere l'introduzione o la revisione di procedure operative specifiche, tra cui una procedura per la valutazione ergonomica delle postazioni sedute e in piedi in fase di allestimento o riorganizzazione degli spazi di lavoro, una procedura di rotazione dei compiti per le mansioni a elevata esposizione a posture statiche, un protocollo di gestione delle segnalazioni dei lavoratori relative a disturbi legati a posture prolungate, e una procedura dedicata alla valutazione dei rischi posturali per le lavoratrici in gravidanza, in coordinamento con il medico competente e nel rispetto degli obblighi previsti dal D.Lgs 151/2001.

IL 20% CHE CONTA (PER L'80% DEI RISULTATI)

A. Le posture statiche prolungate, sedute o in piedi, sono un fattore di rischio cardiovascolare riconosciuto a livello europeo e vanno trattate nel DVR con la stessa sistematicità di qualunque altro rischio per la salute.

B. Il contrario di stare seduti non è stare in piedi, ma muoversi: l'obiettivo della prevenzione non è eliminare una postura a favore dell'altra, ma garantire una reale alternanza dinamica tra le due.

C. I lavoratori più esposti non sono solo gli impiegati d'ufficio: mansioni molto diverse, dalla vendita al dettaglio alla parrucchiera, dalla logistica alla sanità, condividono lo stesso profilo di rischio e vanno mappate di conseguenza.

D. Le lavoratrici in gravidanza e i lavoratori con patologie croniche pregresse richiedono una valutazione rafforzata e specifica, in coordinamento con il medico competente.

E. Le misure organizzative, come la rotazione dei compiti e la reale discrezionalità dei lavoratori nel gestire le pause, restano più efficaci di qualsiasi dispositivo o arredo preso singolarmente, e nessun DPI protegge dall'inattività fisica.

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