Il rischio reprotossico ha anche un padre

A cura della Redazione

Quando si parla di salute del nascituro, la prevenzione guarda quasi solo alla lavoratrice in gravidanza. Le evidenze scientifiche raccontano un’altra storia. Anche l’esposizione dell’uomo ad agenti chimici nei mesi che precedono il concepimento può danneggiare lo sviluppo del feto, attraverso il DNA degli spermatozoi, l’epigenetica e il liquido seminale. Con il D.Lgs. 135/2024 le sostanze reprotossiche sono equiparate a cancerogeni e mutageni. È il momento di riscrivere la valutazione dei rischi includendo anche i lavoratori uomini.

COSA TRATTA

Chi ha esperienza di medicina del lavoro lo sa: la parola «reprotossico» evoca quasi sempre una donna. Gli strumenti della prevenzione si sono costruiti attorno alla tutela della maternità, cioè la valutazione per le lavoratrici gestanti, l’allontanamento dalle mansioni a rischio e il cambio di mansione. È un presidio prezioso, ma racconta solo metà della storia.

Una scheda informativa dell’Inail del 2026, curata dal Dipartimento di medicina, epidemiologia, igiene del lavoro e ambientale, sposta l’attenzione su un aspetto rimasto a lungo in ombra: il ruolo dell’esposizione maschile nella tossicità per lo sviluppo. Il termine comprende tutti gli effetti avversi che interferiscono con il normale sviluppo dell’organismo, prima della nascita, dopo e anche in età più avanzata. Parliamo di morte fetale, malformazioni congenite, ritardi di crescita, disturbi del neurosviluppo, maggiore predisposizione a malattie croniche. Questi effetti possono derivare dall’esposizione di entrambi i genitori a fattori ambientali, voluttuari o professionali.

La conclusione degli autori è netta: esiste un’evidenza robusta del ruolo dell’esposizione maschile per numerosi agenti chimici, e un approccio che guarda solo alla donna in gravidanza è parziale.

Tre strade dal padre al feto

Le evidenze sperimentali ed epidemiologiche indicano tre meccanismi biologici attraverso cui l’esposizione paterna può arrivare all’embrione.

Il primo è il più intuitivo: il danno al materiale genetico degli spermatozoi. Molte sostanze chimiche possono provocare mutazioni, anomalie cromosomiche e frammentazione del DNA spermatico. Il risultato può essere una ridotta fertilità, ma anche un aumento del rischio di alterazioni nello sviluppo embrio-fetale.

Il secondo meccanismo è più sottile e riguarda l’epigenetica, cioè quei segnali chimici che non modificano la sequenza del DNA ma ne regolano l’espressione. Dopo la fecondazione gran parte delle marcature viene cancellata e riscritta, ma alcune regioni del genoma sfuggono a questo azzeramento. Le alterazioni della metilazione presenti negli spermatozoi, quelle degli istoni residui e quelle dei piccoli RNA non codificanti trasferiti all’ovocita possono quindi passare all’embrione e influenzarne lo sviluppo nelle prime fasi.

Il terzo meccanismo riguarda il liquido seminale. Alcune sostanze e contaminanti industriali superano la barriera emato-testicolare e si accumulano nello sperma. Al concepimento entrano in contatto diretto con l’ovocita e con l’embrione appena formato.

La finestra temporale da presidiare è precisa. Le evidenze più solide, raccolte soprattutto sulle sostanze d’abuso come fumo, cannabis, alcol e oppioidi, indicano che l’esposizione nei tre mesi prima del concepimento può bastare a produrre effetti sul feto: difetti cardiaci e neurologici, basso peso alla nascita, sindrome da astinenza neonatale. Per gli ambienti di lavoro i dati sono meno abbondanti ma vanno nella stessa direzione.

Cosa dicono gli studi sui luoghi di lavoro

La rassegna della letteratura pubblicata nel 2025 dal gruppo di ricerca Inail ha esaminato soprattutto la produzione di vernici, la lavorazione del legno e la produzione di materie plastiche. Sono comparti con esposizioni documentate a specifiche famiglie di sostanze. I rapporti di probabilità riportati meritano attenzione.

Per l’esposizione paterna a miscele di solventi organici è stato osservato un rischio di anencefalia circa doppio (odds ratio 2,18). Per i solventi nell’industria delle vernici emerge un’associazione con i difetti del tubo neurale (1,86). Per ftalati e composti policlorurati è associata ai difetti cardiaci (2,08). Per gli ftalati si arriva quasi al triplo per il difetto del setto interventricolare perimembranoso (2,84). Per i bisfenoli si supera il quadruplo per i difetti del setto atriale (4,22). Gli alchilfenoli sono associati alla coartazione dell’aorta (3,85) e i conservanti del legno a base di clorofenati a malformazioni oculari e cataratta, con valori fino a 5,68. Non tutti i dati hanno la stessa solidità. Per la spina bifida legata alle miscele di solventi, per esempio, l’intervallo di confidenza comprende l’unità e il risultato va letto con cautela. Il quadro complessivo però è coerente e non si può archiviare come un’ipotesi da laboratorio.

Un medico competente che segue diverse carrozzerie e verniciature industriali ci ha raccontato un dettaglio che vale più di molte statistiche. In vent’anni di visite nessun verniciatore uomo gli ha mai chiesto se ciò che respira in cabina potesse riguardare il figlio in arrivo. Le colleghe donne, invece, lo chiedono quasi tutte. È una differenza culturale prima ancora che sanitaria, e la prevenzione deve colmarla.

Dalla tutela della maternità alla tutela della genitorialità

Il cambio di passo normativo c’è già. Il D.Lgs. 135/2024, che recepisce la direttiva (UE) 2022/431, ha portato le sostanze tossiche per la riproduzione di categoria 1A e 1B nello stesso regime di cancerogeni e mutageni. Valgono quindi l’obbligo di sostituzione quando tecnicamente possibile, l’impiego in sistemi chiusi e, in alternativa, la riduzione dell’esposizione al livello più basso tecnicamente realizzabile. Si aggiungono le misure di prevenzione, la sorveglianza sanitaria e il registro degli esposti previsti dal Titolo IX, Capo II del D.Lgs. 81/2008. La norma vale per tutti i lavoratori, senza distinzione di genere.

Su questo punto serve un giudizio chiaro. Un DVR che tratta le sostanze classificate p60 solo nel capitolo sulla tutela delle lavoratrici gestanti oggi non è soltanto incompleto: non è conforme. La classificazione reprotossica impone di valutare l’esposizione di ogni lavoratore, uomini compresi, e di applicare la gerarchia delle misure a monte. Spostare la donna incinta in un altro reparto mentre il collega continua a lavorare con lo stesso solvente non è prevenzione della tossicità per lo sviluppo. È uno spostamento del problema.

Le soluzioni ci sono, e partono dall’inventario. Il primo passo è sapere quali prodotti presenti in azienda contengono sostanze classificate p60 o p61, quanti lavoratori ne sono esposti, per quanto tempo e con quali misure. Un archivio digitale delle schede di sicurezza, collegato alle mansioni e aggiornato a ogni nuovo acquisto, rende questo lavoro sostenibile anche dove i prodotti sono centinaia. Il secondo passo è la sostituzione: vernici a base acqua, conservanti del legno privi di clorofenati, plastificanti alternativi agli ftalati. Il terzo è l’informazione, che deve rivolgersi esplicitamente anche agli uomini e dire con parole semplici che i mesi prima del concepimento contano. La sorveglianza sanitaria può aiutare, perché il medico competente può raccogliere l’informazione su un progetto di paternità con la stessa riservatezza con cui gestisce le altre informazioni sanitarie, se l’azienda gli dà gli strumenti e il mandato per farlo.

COSA DICE LA LEGGE

  • Regolamento (CE) 1272/2008 (CLP): classificazione delle sostanze tossiche per la riproduzione nelle categorie 1A, 1B e 2, con indicazioni di pericolo p60, p61 e p62.
  • Direttiva (UE) 2022/431 e D.Lgs. 135/2024: estensione alle sostanze reprotossiche del regime previsto per cancerogeni e mutageni.
  • D.Lgs. 81/2008, Titolo IX, Capo II: valutazione dell’esposizione, obbligo di sostituzione, sistemi chiusi, riduzione al livello più basso tecnicamente possibile, valori limite, misure tecniche e organizzative, informazione e formazione.
  • D.Lgs. 81/2008, artt. 242 e 243: sorveglianza sanitaria degli esposti e registro di esposizione.
  • D.Lgs. 81/2008, art. 28: valutazione dei rischi che tenga conto delle differenze di genere e dei rischi per la salute riproduttiva.
  • D.Lgs. 151/2001: tutela della lavoratrice in gravidanza e in allattamento, che resta in vigore ma non esaurisce la tutela della salute riproduttiva.
  • Regolamento (CE) 1907/2006 (REACH): restrizioni e autorizzazioni per sostanze estremamente preoccupanti, tra cui molti reprotossici come alcuni ftalati e bisfenoli.

INDICAZIONI OPERATIVE

  1. Estrarre dall’archivio delle schede di sicurezza tutti i prodotti con indicazioni p60, p61 e p62 e collegarli a reparti, mansioni e lavoratori esposti, senza distinzione di genere. Obiettivo: inventario completo dei reprotossici entro tre mesi.
  2. Per ogni sostanza di categoria 1A e 1B, documentare la verifica di sostituibilità con alternative concrete e motivare per iscritto quando non è possibile. Obiettivo: una valutazione di sostituzione documentata per il 100% delle sostanze 1A/1B entro dodici mesi.
  3. Dove la sostituzione non è possibile, misurare l’esposizione con campionamenti personali e verificare l’efficacia di aspirazioni, cabine e sistemi chiusi. Obiettivo: campagna di misura su tutti i gruppi omogenei esposti, con ripetizione almeno annuale.
  4. Aggiornare l’informazione e la formazione con un modulo specifico sulla salute riproduttiva maschile e sulla finestra dei tre mesi prima del concepimento. Obiettivo: il 100% dei lavoratori esposti formati, con verifica di apprendimento.
  5. Concordare con il medico competente un protocollo che preveda una domanda riservata sui progetti di genitorialità, sia per le lavoratrici sia per i lavoratori, e misure temporanee di riduzione dell’esposizione su richiesta. Obiettivo: protocollo aggiornato entro la prossima riunione periodica.
  6. Istituire e tenere aggiornato il registro degli esposti anche per le sostanze reprotossiche, in formato informatizzato e collegato alle schede mansione. Obiettivo: registro completo e verificato a ogni variazione di mansione.
  7. Leva strategica: inserire nella procedura di acquisto un blocco preventivo sui prodotti con indicazioni p60 senza l’approvazione dell’RSPP, così da impedire che nuovi reprotossici entrino in azienda senza valutazione. Obiettivo: zero nuove sostanze p60 introdotte senza valutazione documentata.
  8. Leva strategica: fissare un piano triennale di riduzione dell’uso di reprotossici in accordo con ufficio tecnico e fornitori. Obiettivo misurabile: ridurre del 30% in tre anni i chilogrammi annui di sostanze 1A/1B impiegate.

MODIFICHE AL DVR

Il DVR va rivisto nella parte sul rischio chimico. Le sostanze reprotossiche 1A e 1B vanno valutate secondo il Titolo IX, Capo II, e non più solo con l’algoritmo del rischio chimico generico. Il capitolo dedicato alle differenze di genere e alla salute riproduttiva va riscritto in modo da comprendere i lavoratori uomini e la finestra preconcezionale. La sezione sulla tutela della maternità va coordinata con la nuova impostazione, evitando che diventi l’unico presidio. Ogni nuova sostanza p60 introdotta richiede l’aggiornamento della valutazione.

PROCEDURE DI SICUREZZA

Servono una procedura di approvazione preventiva dei nuovi prodotti chimici con verifica obbligatoria delle indicazioni di pericolo, procedure operative per l’uso in sicurezza dei reprotossici (manipolazione, travasi, pulizia delle cabine, gestione degli sversamenti, uso e manutenzione dei dispositivi di protezione) e una procedura riservata con cui i lavoratori, uomini e donne, possono segnalare al medico competente un progetto di genitorialità e ottenere misure temporanee di riduzione dell’esposizione senza conseguenze sul rapporto di lavoro.

IL 20% CHE CONTA (PER L’80% DEI RISULTATI)

A. La tossicità per lo sviluppo passa anche dal padre: DNA degli spermatozoi, epigenetica, liquido seminale.
B. I tre mesi prima del concepimento sono la finestra da proteggere, per entrambi i genitori.
C. Dopo il D.Lgs. 135/2024 i reprotossici 1A/1B seguono le regole dei cancerogeni: prima si sostituisce, poi si riduce.
D. Un DVR che tratta i reprotossici solo come tema di maternità non è conforme.
E. Inventario delle schede di sicurezza, blocco agli acquisti e informazione agli uomini sono le tre azioni che spostano davvero il rischio.

Riproduzione riservata ©