Epicondilite nelle industrie alimentari: profili di rischio biomeccanico e criteri di valutazione medico-legale

A cura della Redazione

Fattori di rischio, prevenzione e criteri di riconoscimento della patologia professionale nelle lavorazioni alimentari

 

Cosa tratta?

Nel comparto delle Industrie alimentari, l’analisi delle malattie professionali consente di individuare, tra le condizioni di maggiore interesse medico-legale e prevenzionale, le patologie da sovraccarico biomeccanico dell’arto superiore.

In questo contesto, l’epicondilite riveste un ruolo importante non solo come patologia, ma anche come possibile segnale di una significativa esposizione a fattori di rischio lavorativi. La presenza di questa condizione, soprattutto se frequente in determinati ambienti di lavoro, può infatti indicare attività caratterizzate da movimenti ripetitivi, utilizzo della forza, posture scorrette o mantenute a lungo e un sovraccarico funzionale dell’arto superiore, in particolare della zona mano-polso-gomito.

Le lavorazioni del settore alimentare risultano frequentemente caratterizzate dalla presenza di fattori di rischio associati all'epicondilite. Nelle attività di lavorazione della carne e del pesce, ad esempio, operazioni quali taglio, disosso, rifilatura, porzionatura e preparazione del prodotto comportano movimenti ripetitivi degli arti superiori, associati all'uso continuativo di utensili manuali e all'applicazione prolungata o ripetuta della forza di presa. In queste attività il gomito partecipa ai movimenti di piegamento ed estensione, nonché alla rotazione dell’avambraccio. Allo stesso tempo, la mano svolge un ruolo fondamentale nell’esecuzione del lavoro, consentendo di afferrare, mantenere stabile e guidare l’utensile durante le diverse operazioni.

Analoghe considerazioni possono essere formulate per le fasi di confezionamento, selezione, cernita, pesatura, etichettatura e imballaggio, nelle quali la ciclicità delle operazioni e il ritmo imposto dalla linea produttiva possono determinare un’esposizione protratta a carico dell’arto superiore. Anche la movimentazione manuale di contenitori, cassette, prodotti semilavorati o confezioni può concorrere ad amplificare il carico biomeccanico, integrando la componente ripetitiva con quella di forza.

Nel settore alimentare, alcuni fattori possono aumentare in modo significativo il rischio di sovraccarico biomeccanico. Lavorare in ambienti a basse temperature, spesso necessari per la conservazione e la lavorazione degli alimenti, può influire sulla funzionalità muscolare, sulla precisione dei movimenti e sulla capacità di recupero. Inoltre, l’utilizzo continuo di utensili manuali richiede una presa costante e l’applicazione ripetuta di forza. Anche l’organizzazione del lavoro su linee produttive può limitare la possibilità per il lavoratore di adattare autonomamente il proprio ritmo di lavoro. Di conseguenza, il rischio non dipende da un singolo fattore, ma dalla combinazione di diversi elementi, tra cui i movimenti eseguiti, la forza impiegata, le posture adottate, le condizioni ambientali e l’organizzazione del lavoro.

La valutazione del rischio non deve quindi basarsi soltanto sulla mansione svolta, ma deve tenere conto di come il lavoro viene effettivamente eseguito. È infatti necessario considerare aspetti quali le modalità operative, la varietà delle attività svolte, la durata dell’esposizione, l’organizzazione dei turni e la presenza di pause o di adeguati tempi di recupero.

Da un punto di vista medico-legale, la diagnosi di epicondilite non è sufficiente, da sola, per attribuire automaticamente la patologia all’attività lavorativa. È necessario valutare nel dettaglio le caratteristiche del lavoro svolto, considerando movimenti ripetitivi, sforzi effettuati, posture adottate, utilizzo di utensili, tempi di recupero, durata dell’esposizione ed eventuali fattori extralavorativi o condizioni personali che possono aver contribuito all’insorgenza del disturbo. Sebbene l’epicondilite abbia spesso un’origine multifattoriale, il lavoro può rappresentarne una causa o concausa significativa quando vi è una chiara coerenza tra i fattori di rischio presenti e il quadro clinico. La sua comparsa assume inoltre un importante valore preventivo, poiché può evidenziare criticità ergonomiche e organizzative che richiedono interventi di miglioramento.

Dal punto di vista della prevenzione, le misure adottate devono essere adeguate ai rischi effettivamente presenti. Gli interventi tecnici possono includere una migliore progettazione delle postazioni di lavoro, la corretta disposizione dei materiali e l’utilizzo di utensili adeguati e ben mantenuti, così da ridurre lo sforzo richiesto e limitare l’assunzione di posture scorrette.

Anche le misure organizzative, come la rotazione delle mansioni, la gestione dei ritmi di lavoro e la previsione di adeguate pause, possono contribuire a ridurre il rischio, purché comportino una reale diminuzione del carico biomeccanico e non una semplice alternanza tra attività ugualmente gravose.

Un ruolo fondamentale è svolto inoltre dalla sorveglianza sanitaria, che consente di individuare precocemente eventuali disturbi muscolo-scheletrici e di verificare la necessità di interventi correttivi. La comparsa di dolore al gomito, riduzione della forza o difficoltà nell’esecuzione delle normali attività lavorative deve portare a una rivalutazione delle condizioni di lavoro, delle misure di prevenzione adottate e dell’idoneità alla mansione, al fine di individuare eventuali miglioramenti organizzativi o adattamenti del lavoro.

 

Cosa dice la legge?

  • D.lgs. 81/08 Titolo VI: Movimentazione manuale dei carichi;
  • ISO 11228-3:2026: Movimentazione manuale dei carichi – Movimenti ripetitivi degli arti superiori;
  • D.M. 10 giugno 2014: aggiornamento dell'elenco delle malattie per le quali è obbligatoria la denuncia ai sensi dell'art. 139 del DPR 1124/1965 (comprende le patologie muscolo-scheletriche da sovraccarico biomeccanico).

 

Indicazioni operative

  • Valutare il rischio considerando le attività realmente svolte: la valutazione del rischio deve andare oltre la semplice descrizione della mansione e analizzare concretamente i movimenti eseguiti, la frequenza dei gesti, la forza applicata, le posture adottate, i tempi di esposizione e i recuperi effettivi durante il turno di lavoro.
  • Migliorare l'ergonomia delle postazioni e degli utensili: le aziende dovrebbero progettare le postazioni in modo da limitare movimenti incongrui e sforzi eccessivi, garantendo inoltre l'impiego di utensili ergonomici, adeguatamente affilati e sottoposti a regolare manutenzione.
  • Organizzare il lavoro per ridurre il sovraccarico biomeccanico: la rotazione delle mansioni, la distribuzione equilibrata dei compiti e la programmazione di pause adeguate devono essere finalizzate a ridurre concretamente il carico sugli arti superiori, evitando che il lavoratore alterni attività caratterizzate dagli stessi fattori di rischio.
  • Prestare particolare attenzione agli ambienti di lavoro a basse temperature: nelle lavorazioni alimentari è opportuno valutare l'impatto del microclima freddo sulle prestazioni muscolari e sulla destrezza manuale, adottando misure organizzative e tecniche che favoriscano il recupero funzionale e riducano l'affaticamento.
  • Rafforzare la sorveglianza sanitaria e il monitoraggio dei segnali precoci: la comparsa di dolore al gomito, riduzione della forza di presa o difficoltà nell'esecuzione delle normali attività lavorative deve essere considerata un campanello d'allarme. Tali segnali richiedono una tempestiva rivalutazione del rischio, delle condizioni operative e dell'idoneità alla mansione, al fine di individuare eventuali interventi correttivi.

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