EU-OSHA: un lavoratore su tre esposto a rischi legati al cambiamento climatico

A cura della Redazione

Il cambiamento climatico incide sempre più anche sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Una pubblicazione di EU-OSHA analizza i dati della survey OSH Pulse 2025, condotta su lavoratori di 30 Paesi europei, evidenziando una distribuzione non uniforme dei rischi climatici tra settori, mansioni e gruppi di lavoratori.

Di cosa tratta:

Secondo i dati analizzati da EU-OSHA, circa un lavoratore europeo su tre (33%) riferisce di essere esposto ad almeno un fattore di rischio connesso al cambiamento climatico. Le esposizioni più diffuse sono il caldo estremo, indicato dal 20% dei lavoratori, e i problemi relativi alla qualità dell’aria, come polveri, fumo o pollini, segnalati dal 19%. Seguono l’esposizione intensa al sole, pari al 12%, e gli eventi meteorologici estremi, quali incendi, alluvioni e siccità, pari al 9%.

Tuttavia, sono dimostrate differenze importanti in relazione alle caratteristiche dell'attività lavorativa. Il tipo di occupazione e il settore produttivo risultano tra i principali fattori associati al livello di esposizione. I lavoratori agricoli presentano le probabilità più elevate di esposizione a caldo, sole, cattiva qualità dell’aria ed eventi meteorologici estremi. Anche i lavoratori semiqualificati e non qualificati mostrano livelli sensibilmente maggiori di esposizione rispetto alle professioni amministrative, impiegatizie e tecniche.

Come prevedibile, i lavoratori outdoor risultano più esposti rispetto a quelli che operano prevalentemente in ambienti chiusi. Per il caldo estremo, ad esempio, la probabilità stimata dopo l’aggiustamento per gli altri fattori considerati nello studio è pari al 24,3% per chi lavora all’aperto, rispetto al 19,3% dei lavoratori indoor; per l’esposizione intensa al sole il confronto è rispettivamente del 20,1% e del 10,5%.

Le differenze riguardano anche gli effetti sulla salute. I lavoratori agricoli presentano una probabilità di disturbi correlati al caldo del 12,8%, mentre tra le altre categorie professionali il dato varia dal 4,5% al 9,1%. Anche i lavoratori migranti evidenziano probabilità più elevate di disturbi da calore e di ustioni solari rispetto ai lavoratori non migranti.

Lo studio rileva, inoltre, una criticità nel rapporto tra esposizione e prevenzione. Sebbene le misure preventive siano presenti in una quota significativa delle organizzazioni, non sempre risultano indirizzate in maniera specifica verso i gruppi maggiormente esposti. Solo il 29,7% dei lavoratori riferisce, ad esempio, di aver ricevuto una formazione relativa ai rischi connessi al cambiamento climatico, mentre il 24,6% dichiara di essere stato consultato sulle misure di adattamento.

Infine, viene evidenziato come lo stress termico abbia un impatto anche in termini di costi economici, generando perdite di produttività e costi per infortuni di milioni di euro all’anno.

Indicazioni operative:

I risultati richiamano la necessità di integrare i rischi climatici nei processi ordinari di prevenzione aziendale, tenendo conto in particolare delle mansioni svolte all’aperto, dell'intensità dell'attività fisica e delle condizioni ambientali di lavoro.

Tra le misure indicate dal documento rientrano:

Sistemi di allerta precoce e monitoraggio
Implementare sistemi aziendali di monitoraggio e Allerta Calore (Occupational Heat-Health Warning Systems) per programmare le attività in base alle condizioni meteorologiche prevedibili.

Misure organizzative e flessibilità

  • Rimodulare e riprogrammare i turni lavorativi, spostando le mansioni più gravose nelle ore più fresche della giornata;
  • Introdurre pause supplementari obbligatorie e rotazione dei compiti tra i lavoratori per limitare l'esposizione continuativa.

Misure tecniche e strutturali

  • Allestire aree di riposo ombreggiate e rinfrescate;
  • Garantire la disponibilità costante di acqua potabile e punti di idratazione;
  • Fornire DPI adeguati al clima e traspiranti.

Formazione, informazione e addestramento

  • Erogare programmi formativi specifici sull'acclimatazione, il riconoscimento precoce dei sintomi da stress termico (vertigini, crampi, sfinimento, colpi di calore) e le procedure di primo soccorso;
  • Predisporre moduli informativi accessibili e tradotti per i lavoratori migranti, che lo studio rileva essere particolarmente vulnerabili ai danni da calore a parità di esposizione.

Conclusioni:

L’analisi di EU-OSHA mostra che i rischi professionali collegati al cambiamento climatico non interessano allo stesso modo l’intera popolazione lavorativa. Settore, mansione e svolgimento dell’attività all’aperto incidono in modo rilevante sull’esposizione e sugli effetti per la salute, mentre le misure preventive disponibili non risultano sempre calibrate sui lavoratori maggiormente esposti.

La prevenzione deve superare un approccio limitato alla gestione occasionale delle ondate di calore e considerare in modo strutturale l’evoluzione delle condizioni climatiche nell’organizzazione del lavoro, nella valutazione dei rischi e nella scelta delle misure tecniche, organizzative e formative. Il documento evidenzia, infatti, come il cambiamento climatico rappresenti già oggi un fattore capace di incidere sulla sicurezza e sulla salute dei lavoratori europei e sia un fattore ormai instaurato stabilmente nella quotidianità del lavoro.

 

Per maggiori approfondimenti si allega il documento integrale in lingua inglese.

 

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