Perché i lavoratori stranieri continuano a pagare il prezzo più alto degli infortuni sul lavoro
A cura della Redazione
In Italia i lavoratori stranieri rappresentano poco più del 10% della forza lavoro, ma continuano a registrare tassi di infortunio e mortalità significativamente superiori rispetto ai lavoratori italiani. Un fenomeno che non può essere spiegato soltanto con la maggiore presenza nei settori più pericolosi. Formazione non sempre efficace, barriere linguistiche, precarietà occupazionale e difficoltà nella percezione del rischio contribuiscono a creare una condizione di maggiore vulnerabilità. Questo primo approfondimento analizza le dimensioni del fenomeno e le sue cause principali, anticipando nel prossimo articolo le soluzioni organizzative, formative e gestionali che aziende, RSPP, HSE Manager e HR possono adottare.
COSA TRATTA
La sicurezza sul lavoro dovrebbe essere un linguaggio universale. Non dovrebbe esistere alcuna differenza tra chi nasce in Italia e chi arriva da un altro Paese quando si parla di tutela della salute, prevenzione degli infortuni e diritto a tornare a casa sani e salvi al termine della giornata lavorativa. Eppure i numeri raccontano una realtà diversa.Lo studio “Sicurezza senza confini: infortuni e mortalità occupazionale in Italia, disuguaglianze di rischio tra lavoratori italiani e stranieri”, realizzato da Federica Ianieri e Alessandro Russo, evidenzia infatti una situazione che merita tutta l'attenzione del sistema prevenzionistico nazionale. (in allegato)
Secondo l'analisi, i lavoratori stranieri risultano esposti a un rischio infortunistico più che doppio rispetto ai lavoratori italiani. Un dato che non può essere considerato una semplice statistica, ma che rappresenta una vera e propria sfida per imprese, professionisti della sicurezza, responsabili delle risorse umane e istituzioni.Negli ultimi anni il mercato del lavoro italiano è diventato sempre più multiculturale. Settori come edilizia, agricoltura, logistica, trasporti, manifattura e servizi impiegano una quota crescente di lavoratori provenienti da altri Paesi. Si tratta spesso di attività caratterizzate da elevata esposizione ai rischi fisici, movimentazione di carichi, utilizzo di macchinari, lavoro in quota, guida professionale e ritmi produttivi intensi.Tuttavia, attribuire il fenomeno esclusivamente alla maggiore presenza nei comparti pericolosi sarebbe una semplificazione.
Lo studio dimostra che entrano in gioco anche fattori organizzativi, comunicativi e culturali che incidono direttamente sull'efficacia dei sistemi di prevenzione.Uno degli aspetti più rilevanti riguarda la comprensione delle informazioni di sicurezza :
- procedure,
- istruzioni operative,
- segnali di rischio,
- contenuti formativi
- addestramento
possono perdere efficacia quando non vengono realmente compresi dal lavoratore.
La traduzione letterale dei contenuti, da sola, spesso non basta.
Comprendere una lingua non significa necessariamente assimilare il significato dei comportamenti sicuri richiesti all'interno di uno specifico contesto produttivo.La sicurezza, infatti, è innanzitutto comunicazione. Se il messaggio non arriva correttamente, il rischio aumenta.I dati analizzati evidenziano come nel quadriennio 2021-2024 il tasso di incidenza degli infortuni tra i lavoratori stranieri abbia raggiunto valori superiori al doppio rispetto a quelli registrati tra i lavoratori italiani. Ancora più significativo è il dato sulla mortalità occupazionale, che mostra un'incidenza notevolmente più elevata tra gli occupati di origine straniera.Particolarmente critici appaiono i settori dell'edilizia, dell'agricoltura, della logistica e dei trasporti. In questi comparti il rischio è spesso associato a lavorazioni complesse, utilizzo di attrezzature, movimentazione di mezzi e presenza di pericoli immediati che richiedono una perfetta comprensione delle regole operative.
Un altro elemento che emerge dallo studio è rappresentato dalla precarietà occupazionale.
- rapporti di lavoro brevi,
- frequenti cambi di datore di lavoro
- ridotta permanenza nelle aziende
possono limitare l'efficacia dei percorsi di formazione e addestramento. Quando il lavoratore cambia spesso mansione o contesto organizzativo, aumenta la probabilità di esposizione a rischi non ancora completamente conosciuti.
Per gli RSPP e gli HSE Manager questa situazione impone una riflessione importante. La formazione non può più essere considerata soltanto un obbligo normativo. Deve trasformarsi in uno strumento concreto di trasferimento delle competenze, verificando realmente il grado di comprensione e applicazione delle procedure operative.
In questo scenario assume un ruolo crescente anche il supporto delle tecnologie digitali.
Procedure accessibili da smartphone, contenuti multilingue, sistemi di verifica dell'apprendimento, realtà virtuale e piattaforme di gestione della formazione possono contribuire a colmare parte delle criticità comunicative e organizzative che alimentano il rischio.
La multiculturalità non deve essere vista come un problema da gestire, ma come una caratteristica strutturale del mondo del lavoro contemporaneo. La vera sfida consiste nel costruire modelli di prevenzione capaci di parlare a tutti i lavoratori in modo chiaro, efficace e comprensibile.
Nel prossimo approfondimento “Formazione interculturale e sicurezza inclusiva: le strategie che possono salvare vite nei luoghi di lavoro” analizzeremo le soluzioni operative che possono ridurre concretamente il divario di rischio tra lavoratori italiani e stranieri e rendere la sicurezza realmente inclusiva.
COSA DICE LA LEGGE
Il quadro normativo italiano ed europeo impone una tutela uniforme per tutti i lavoratori:
- D.Lgs. 81/2008: obbligo del datore di lavoro di garantire informazione, formazione, addestramento e vigilanza adeguati.
- Art. 37 del D.Lgs. 81/2008: la formazione deve essere sufficiente, adeguata e comprensibile.
- Art. 28 del D.Lgs. 81/2008: la valutazione dei rischi deve considerare tutte le caratteristiche della popolazione lavorativa.
- Direttiva quadro europea 89/391/CEE: obbligo di garantire la protezione della salute e della sicurezza di tutti i lavoratori.
- Accordo Stato-Regioni del 17 aprile 2025: rafforza i principi di efficacia della formazione e la verifica dell'apprendimento.
MODIFICHE AL DVR
I contenuti dello studio possono rendere necessario:
- Analizzare la presenza di lavoratori stranieri e le relative esigenze linguistiche e culturali.
- Rivalutare l'efficacia della formazione erogata.
- Verificare le modalità di comunicazione del rischio.
- Considerare il rischio derivante da elevato turnover e rapporti di lavoro di breve durata.
- Integrare specifiche misure organizzative per i contesti multiculturali.
PROCEDURE DI SICUREZZA
Potrebbero essere utili aggiornamenti relativi a:
- Procedure di onboarding dei neoassunti.
- Verifica della comprensione delle istruzioni operative.
- Gestione degli appalti e dei subappalti.
- Addestramento pratico sulle mansioni ad alto rischio.
- Comunicazione multilingue delle procedure critiche.
INDICAZIONI OPERATIVE
- Verificare sempre la comprensione reale e non solo la partecipazione ai corsi.
- Utilizzare procedure semplici, visive e facilmente consultabili.
- Rafforzare l'affiancamento nei primi mesi di lavoro.
- Monitorare gli infortuni per nazionalità, mansione e anzianità aziendale.
- Coinvolgere preposti e lavoratori esperti come facilitatori operativi.
- Digitalizzare la gestione della formazione e delle verifiche di apprendimento.
- Aggiornare periodicamente la valutazione dei rischi sulla base dei cambiamenti della popolazione aziendale.
Il 20% che conta (per l'80% dei risultati)
Le cause che spiegano gran parte delle differenze di rischio sono poche ma decisive:
a) Comunicazione inefficace della sicurezza.
b) Formazione non realmente compresa.
c) Breve anzianità lavorativa.
d) Presenza nei comparti più rischiosi.
e) Mancanza di verifiche pratiche dell'apprendimento.
f) Intervenire su questi aspetti produce i maggiori benefici in termini di riduzione degli infortuni.
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