I rischi organizzativi legati alle differenti tipologie di contratto
A cura della Redazione
Nel panorama occupazionale contemporaneo, la crescente eterogeneità delle forme contrattuali ha profondamente trasformato il mercato del lavoro, introducendo nuove dinamiche che incidono non solo sull’organizzazione aziendale, ma anche, e soprattutto, sulla tutela della salute e sicurezza dei lavoratori. Contratti a tempo determinato, intermittenti, in somministrazione, part-time, a progetto o di collaborazione coordinata e continuativa rappresentano oggi una realtà diffusa, spesso associata a condizioni di maggiore vulnerabilità rispetto ai contratti standard a tempo indeterminato.
L’Agenzia Europea per la Sicurezza e la Salute sul Lavoro ha identificato i lavoratori temporanei tra le categorie più esposte a rischi professionali, insieme a giovani, donne, immigrati e lavoratori anziani.
Secondo gli ultimi dati Inps, del totale di 18 milioni e 800 mila occupati dipendenti del 2024, 13 milioni e mezzo sono quelli “standard”, a tempo indeterminato e a tempo pieno e 2 milioni e mezzo sono a tempo indeterminato e part time.
Se passiamo ai lavoratori a tempo determinato, nel 2024 abbiamo 2 milioni di lavoratori a termine a tempo pieno e 800 mila part time. Se consideriamo tutti i lavoratori “non standard” (quelli a termine e tutti i part time) arriviamo a 5 milioni e 300 mila persone.
Il dato fornito dall’INPS offre una fotografia significativa della composizione del lavoro dipendente in Italia nel 2024, evidenziando una forte prevalenza del lavoro “standard”, tuttavia, la presenza di 5,3 milioni di lavoratori “non standard”, tra contratti a termine e part-time, rappresenta una componente non trascurabile del mercato del lavoro, con implicazioni rilevanti in termini di tutele, stabilità e sicurezza.
Questa segmentazione evidenzia come il lavoro non standard non sia più una condizione marginale, ma una realtà strutturale che interessa quasi un terzo dei lavoratori dipendenti. I contratti a tempo determinato e part-time, pur rispondendo a esigenze di flessibilità, risultano spesso esclusi da percorsi strutturati di formazione e informazione, o inseriti in contesti produttivi senza un’adeguata integrazione organizzativa. Questo li espone a rischi aggiuntivi, come:
- infortuni legati alla mancata conoscenza delle procedure di sicurezza;
- stress lavoro-correlato dovuto all’instabilità occupazionale;
- difficoltà di accesso ai dispositivi di protezione individuale (DPI) o a misure ergonomiche adeguate;
- mancanza di continuità nella sorveglianza sanitaria e nella formazione.
L’obiettivo è promuovere una riflessione critica su come la diversità contrattuale, se non adeguatamente gestita, possa tradursi in disuguaglianze sostanziali nella protezione dei lavoratori, e su come un approccio realmente integrato alla valutazione dei rischi possa contribuire a colmare tali divari.
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